Furto d’identità, il rischio più grande

Internet fa ormai parte della nostra vita. In ogni casa, o quasi, c’è un computer col quale comunicare, lavorare, giocare. La diffusione di questo mezzo ha però portato con sé anche un fenomeno conosciuto come ‘frode informatica’. Nonostante l’attività di prevenzione e contrasto fatta dalle forze dell’ordine e i tanti software studiati per proteggere gli internauti, il pericolo è sempre in agguato. Ne abbiamo parlato con il Col. Umberto Rapetto, Nucleo Speciale Frodi GAT (Gruppo Anticrimine Tecnologico) della GdF, intervenuto al convegno sulla Security Integrata delle aziende svoltosi a Roma il 6 ottobre scorso.
Qual è il rischio maggiore della rete, il suo livello odierno, e come ci si può difendere?
Il furto d’identità, la possibilità di agire in nome e per conto di qualcun’altro. E’ sui social network che avviene l’85% di questo fenomeno criminoso. Il rischio è alto poi, in generale, per chi utilizza la posta elettronica. Le precauzioni da prendere sono di carattere tecnico -come software o hardware, tenendo conto che ogni azione propria ha una visibilità che supera ogni immaginazione- e comportamentali. C’è poi il problema della trans-nazionalità che causa un disallineamento normativo per qualsiasi tipo di reato, non solo finanziario.Come tutelare i grandi fruitori della rete, gli adolescenti?
Occorrerebbe un’educazione civica informatica che non possono fornire i genitori perché non all’ altezza dei figli, in campo informatico. Siamo ben oltre il Grande Fratello: Facebook, ad esempio, traccia qualunque attività svolta anche dopo la disconnessione dal sito, e se ci si cancella, il sito conserva i dati personali. O l’uso dei cookies, che consentono di tracciare comportamenti, interessi e abitudini della persona. Accorgimenti da prendere, per esempio, per chi cerca un posto di lavoro, è di fornire – col curriculum – il consenso al trattamento dei dati vincolando il soggetto a cui consegna indicazioni biografiche a limitarne l’uso per gli scopi concordati. Altro trucco: disattivare l’anteprima della posta elettronica in arrivo (che fa scattare eventuali virus allegati).Perché la prova, nei reati in ambiente tecnologico, è estremamente evanescente?
C’è il ‘computer forensics’, una sorta di medicina legale in ambito informatico che stabilisce delle regole, ma è una scienza non perfetta. Con l’aumento dei crimini informatici e, soprattutto con una presa di coscienza da parte delle aziende che hanno finalmente cominciato a denunciare i crimini di cui sono vittime, si rende necessaria un’ applicazione integrale di questa disciplina.Privacy ed Internet: contraddizione in termini, dunque?
Difficilmente coniugabili, a meno di non fornire dati nel caso in cui sia prevista la comunicazione ad altri soggetti magari non immediatamente identificabili. Occorre troncare le catene in cui si viene coinvolti via mail (subdolo mezzo per acquisire indirizzi di posta che aumentano di passaggio in passaggio), e cestinare le mail che invitano a collegarsi a link-tranello per inserire o correggere i propri dati, tanto per cominciare. A proposito di privacy, gli smartphone -oggi- consentono una propria mappatura pressoché totale: la nostra vita è ‘clonata’ dal nostro cellulare di ultima generazione.Esiste un certificazione etica per l’uso di Internet?
Si chiama “Netiquette” ma, come tutti i codici di questo tipo, non ha potere sanzionatorio e viene puntualmente disatteso.
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