I padri che rifiutano le lusinghe mafiose

Non trovano lavoro, ma mai – dicono – ‘ci sporcheremo con quella gente’. Si trovano nella povertà, vivono di stenti e, di fronte alle proposte fascinose della Camorra di risolvere economicamente in maniera positiva, rinunciano ad avere 10mila euro, 20mila euro d’anticipo per lavori vari: rifiutano pur di non contaminarsi con questa gente. “Questi sono eroi, famiglie intere, e ne conosco tanti di papà di famiglia che mi hanno pianto sulla spalla perché non trovano lavoro ma “mai – dicono – ci sporcheremmo con quella gente”.

“Poco gradite le mie prese di posizione contro una catechesi molto tradizionale e parroci troppo silenziosi riguardo alla criminalità. Io denunciavo una pastorale troppo chiusa nelle quattro mura parrocchiali, poco nomade per le strade e tra la gente, e chiedevo pubblicamente un maggiore impegno e prese di posizioni forti nei confronti dei malavitosi stessi, ad esempio per l’amministrazione dei sacramenti ai camorristi, che ho da subito negato ma che tuttavia non ha riscontrato solidarietà da parte dei miei colleghi. Il mio libro, in realtà, non avrei dovuto pubblicarlo: secondo il diritto canonico andava prima supervisionato dai vescovi italiani e dall’autorità ecclesiastica. Ma non è un’opera di teologia o di morale, solo un diario dei miei 16 anni di esperienze; certo, attacco la curia, ma le mie non sono accuse inventate, e nel libro mostro delle omissioni da parte della stessa curia napoletana”.

A parlare è Don Aniello, per 16 anni parroco a Scampìa (Na), oggetto di minacce di morte da parte della camorra:
Secondo lei l’unica chance per i ragazzi di Scampìa (75% di disoccupazione) è andarsene?
Quello su cui ho profuso tutto l’impegno è che i ragazzi rimanessero. Perché si verifica che vanno via i migliori, quelli che hanno paura di confrontarsi con la criminalità, quelli che vivono nella legalità e quindi si trovano in grande disagio… Più importante è chiedersi cosa fare per impedire che questi ragazzi vadano via. Che questa emorragia di forze pulite abbandona la periferia napoletana è un problema, però mi pare che -dalle istituzioni da cui dovrebbe venire- una proposta positiva non c’è. Perché abbiano prospettive lavorative, siano tutelati, non debbano continuamente assistere a quello spettacolo scellerato dei giovani che scelgono di entrare nella manovalanza camorristica e guadagnano un sacco di soldi e vanno in giro con i macchinoni, con le moto, con i vestiti griffati e nessuno li ferma, e nessuno chiede come mai possano condurre uno stile di vita così borghese mentre i ragazzi che vanno a scuola provengono da famiglie che riescono a mala pena a rispondere ai loro bisogni primari.

Quale messaggio è davvero utile trasmettere?
Ai ragazzi puliti laziali dico che per combattere il disagio sociale, che è causa del radicarsi delle mafie, bisogna migliorare le condizioni di vita della gente. Se non ci si attiva su questo, la camorra continuerà a fare i suoi guadagni attraverso lo spaccio di droga, attraverso la gestione delle attività economica e commerciale dei supermercati e dei mercati, la distribuzione delle slot machine, lo smercio di cd falsi e hi fi rubati.

Gli operatori sociali come possono avvicinare efficacemente questi ragazzi?
In genere quelli di Libera sono ragazzi giovani che vengono da altre parti d’Italia, che portano avanti iniziative atte ad incontrare i giovani che vivono sul territorio, e questo avviene sul piano dello scambio; ma riuscire a realizzare -attraverso il volontariato giovanile in loco- un efficace contrasto alla camorra, ce ne passa. Riconosco a Libera un grosso impegno sulla gestione dei beni confiscati, e quindi anche alla messa in opera di cooperative per dare lavoro ai giovani: le mafie temono quest’educazione alla legalità che avviene attraverso convegni, pubblicazione di libri, proiezioni, però non si sottolinea a sufficienza un aspetto fondamentale, che è la corruzione ai piani bassi delle istituzioni. E’ vero che la camorra ha paura di questa mole di cultura e di sensibilizzazione, ma se non combattiamo i corrotti nelle amministrazioni locali, nei municipi, nella polizia municipale, io non sono molto convinto che l’educazione alla legalità possa incidere profondamente. C’è bisogno di una conversione delle teste, dei cuori, della mentalità di chi governa il territorio. E’ la corruzione a produrre crepe entro cui la camorra si insinua nel territorio, perché se controllano il Mof di Fondi è perché hanno trovato crepe all’interno della politica, all’interno delle amministrazioni e dentro queste crepe si sono inseriti. Come nel chiaro esempio di un abuso edilizio, di prevaricazione, di prepotenza, di presenza dell’antistato che è più forte dello Stato: l’appropriazione di un camorrista di un area superiore ai 400 m quadrati recintata con un muro per fare dentro un gazebo, un parco giochi per i figli e un giardino. La mia denuncia apparve sul mattino di Napoli 4 mesi fa in maniera molto forte: chiedevo di abbattere il muro del boss e che il comune si riappropriasse di quello che è di tutti. Se la polizia municipale dev’essere ‘obbligata’ a mettere i sigilli perché ha paura, allora qui qualcosa non quadra e questo è l’elemento determinante che causa la paura della gente, la reticenza a non denunciare. Come Zagaria, che girava liberamente, andava in chiesa, a comprare il giornale, i dolci, tutti lo vedevano, anche i poliziotti che giravano: com’è possibile? Ci vuole uno scatto d’orgoglio, non voglio essere pessimista, perché ho cercato comunque di camminare a testa alta e di denunciare il pizzo, il racket, gli abusi apertamente. Libera fa un grande lavoro, però se non ci affranchiamo dalla corruzione dei poteri nelle amministrazioni e anche in tante forze dell’ordine…

Il film Gomorra le è piaciuto?
No, è una colata di fango sulla città di Napoli e su Scampìa, dà una visione unilaterale di quella realtà. Altra cosa è il libro di Saviano, opera di un giornalista che ha raccolto notizie dalla Procura della Repubblica della Campania e che fa riferimento anche a Caserta e ad altre realtà, ottimo per educare alla denuncia contro il malaffare. A me viene in mente ogni tanto di scrivere un libro, l’altra faccia di Scampìa, quella di tanta gente che vive di stenti e che di fronte alle proposte faacinose della camorra di risolvere economicamente in maniera positiva la propria vita, rinunciano. Nel centro Don Guanella a Scampia abbiamo 300 minori a rischio provenienti da famiglie con problemi di tossicodipendenza, alcolismo, violenza sessuale all’interno delle quattro mura, con papà camorristi in carcere, con famiglie in piena miseria che ci vengono dai servizi sociali del comune che non paga dal 2008! Ciò nonostante l’opera Don Guanella continua in questo lavoro. Sappiamo bene che 6 ore passate da noi – dal pranzo alle 18 di sera – a fare delle attività di teatro, di calcio, ci rendiamo conto che è poca cosa però è meglio di niente, perché quelle sei ore possono contribuire ad inoculare in questi ragazzi la possibilità che si può costruire il proprio futuro in altro modo. Si ha bisogno di segnali positivi, come quelli dati anche dal centro Hurtado e Mammut: associazioni laiche che operano con grandi difficoltà e senza fondi, ma continuano, e dànno speranze. – See more at: http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=11065#sthash.KhhdVRjI.dpuf

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