Donne e Scienza, per una fotografia di genere

Molti gli appuntamenti, nella comunità scientifica, che riguardano le donne: l’8 dicembre sarà il ‘Gender Day’ nell’ambito di Cop 21, la Conferenza di Parigi sul clima promossa dall’Onu, in cui si discuterà del ruolo che le donne esercitano in qualità di leader e innovatrici rispetto ai cambiamenti climatici. Per il 10 dicembre, data in cui ricorre il bicentenario della nascita di Ada Lovelace Byron (1915-1852) – matematica inglese considerata la prima programmatrice della storia – previsti incontri e seminari. L’11 dicembre, presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova, si terrà un workshop della rete Italiana dei cosiddetti “Sister Projects”, progetti che dal 2010 sono stati finanziati dalla Comunità Europea per indurre cambiamenti strutturali nelle istituzioni scientifiche dal punto di vista del genere. Durante il workshop verranno presentati obiettivi e risultati più importanti conseguiti per ciascuno dei progetti – FESTA, GARCIA, GENERA, GEnisLab, STAGES, TRIGGER, GenderTime – e discusse criticità e prospettive future. –

INTERVISTA A GIULIANA RUBBIA, PRIMA TECNOLOGA ALL’INGV

Nell’ambiente scientifico, l’essere donna ha un peso, è un peso o è indifferente? L’essere donna ha un peso importante. Nel nostro ente di ricerca ad esempio, circa un terzo del personale ricercatore e tecnologo è donna, i restanti due terzi sono uomini. Le ricercatrici dunque sono di meno, ma rappresentano una percentuale consistente. Quello che può diventare un peso, sia per l’istituto che per le donne stesse è il fatto che è difficile fare carriera per varie difficoltà, tra cui conciliare la vita lavorativa con la vita fuori dall’istituto. Così, la professione che richiede una certa attenzione e anche – soprattutto in Italia – una certa dedizione, indirettamente discrimina le ricercatrici che devono occuparsi della famiglia, dei figli, soprattutto quando poi – andando avanti con l’età – oltre alla famiglia nuova puoi avere anche quella di origine. Quanto contano – anche qui – gli stereotipi? Molto. Un’altra difficoltà è rappresentata da una situazione culturale dove un certo tipo di professione è vista come tipicamente maschile (“Il professore, Il ricercatore, Lo scienziato, etc”) e questo non è vero, non va bene. E’ importante riuscire a parlare anche di ricercatrici, di scienziate, di professoresse e dunque utilizzare un linguaggio sensibile al genere: si devono nominare in modo corretto le donne nelle loro professioni, e se non lo fai le rendi indirettamente invisibili. Anche nella stampa: se parli de “La notte del ricercatore” invece che “dei ricercatori”, se parli di “mesi uomo” invece che “mesi persona”, le donne incontrano più difficoltà anche ad inquadrarsi in questi schemi. Hanno un peso importante anche perché sono un’utenza della ricerca: una delle direzioni attuali anche della ricerca in Europa per cui vengono dati finanziamenti è quello di dire “facciamo in modo che l’utenza delle nostre ricerche sia caratterizzata pienamente” e quindi per esempio parliamo di un’utenza di donne e di uomini cioè l’impatto che una certa cura (la medicina di genere è un po’ che ci sta pensando) e che certi farmaci hanno sull’uomo e sulla donna. Così come certe innovazioni tecnologiche non devono avere come utente finale simbolicamente il maschio medio, se ci sono le donne che possono venire escluse. Rimane tipico l’esempio di un’interfaccia vocale in cui un comando viene dato a voce: un dispositivo, che è stato progettato e tarato con una voce maschile e non riconosceva la voce femminile, e in questo senso tagliava fuori una fetta di mercato e di utenza finale; l’esempio è abbastanza noto e rende bene l’idea. C’è una percentuale di donne che va raccontata, va valorizzata, deve avere un peso e ce l’ha sicuramente come parte della società per cui la scienza lavora. Utenti e scienziate sono entrambe attrici di un processo. Quante scienziate rivestono ruoli di prestigio? Poche, rispetto ai colleghi uomini e pochissime ai vertici. Sono poche le presidenti negli istituti di ricerca, abbiamo un buon esempio all’Ogs (istituto di oceanografia e geofisica sperimentale, ndr) a Trieste, in cui il presidente è una donna. Poi abbiamo l’Asi (agenzia spaziale italiana, ndr) con una direttrice generale così come l’Inrim (istituto nazionale di ricerca metrologica). Quindi ci sono colleghe che ce l’hanno fatta; pensiamo a Fabiola Gianotti che sarà direttrice del Cern il prossimo anno! però sono pochine. Il peso c’è, ma diventa sempre più ristretto quando saliamo nei livelli: abbiamo circa il 38% di ricercatrici e tecnologhe, il 30% di prime ricercatrici cioè figure senior, e il 17% tra dirigenti di ricerca e dirigenti tecnologhe contro l’83% di uomini. Questo per esempio nel mio istituto, ma se andiamo a vedere i dati europei di un rapporto che si chiama She Figures (le cifre al femminile) vediamo che le percentuali sono quelle. C’è comunque un’evoluzione: ci sono più donne ai vertici, se confrontiamo il 2005 e il 2012, per esempio, negli ultimi 10 anni c’è una tendenza al miglioramento di questa situazione, però è un miglioramento che ha i suoi tempi lunghi ed ha anche bisogno del supporto di “azioni positive” definite, sia a livello nazionale che europeo, come azioni discriminatorie nei confronti degli uomini per bilanciare un disequilibrio. Es: le quote sono un esempio, ce ne sono anche altri che servono per riequilibrare la situazione. Per esempio vogliamo che tot % del personale (responsabili di progetto, incarichi particolari, etc) sia donna, lo cerchiamo, lo imponiamo a livello di policy di istituto e questa è una forzatura voluta proprio per riequilibrare le cose. Una volta riequilibrate si va avanti. Se guardiamo la fotografia di genere del mio istituto, dove le ricercatrici ci sono anche se in percentuale minore, ci sono le eccellenze, come una collega che è stata scelta tra duecento biografie di eccellenza in oceanografia a livello mondiale; è un istituto che ha la sua specificità, i suoi meriti: in particolare in questo momento abbiamo due direttrici su nove sezioni di ricerca. Abbiamo un presidente uomo, un dg uomo, un CdA e un consiglio scientifico fatti da uomini, abbiamo una realtà di questo tipo che però non è l’unica nella comunità scientifica. In che direzione si muove la Comunità Europea? Finanziando progetti di cambiamenti strutturali nelle organizzazioni scientifiche in cui si cerca di favorire il ricambio, di mettere in pratica una serie di azioni di trasparenza nell’assegnazione di risorse, di bilanciamento tra vita professionale e vita extra-lavorativa, di rimozione di pregiudizi e stereotipi in modo di andare avanti in questa direzione. Cambiamenti anche culturali, quindi con molta attenzione anche alla formazione: se si fa un progetto europeo e viene finanziato, i costi della formazione sui temi di genere sono a carico del progetto. Un’altra direzione importante è la dimensione di genere nella ricerca, in cui l’obiettivo è introdurre il sesso (ovvero le caratteristiche fisiologiche) e il genere (ovvero la dimensione sociale e culturale delle donne) nel contenuto della ricerca: vuol dire ad esempio che per tutte quelle attività di ricerca che hanno un’utenza, un impatto sul territorio, sulla società, se fai un’indagine, se prendi un campione, lo devi caratterizzare come uomini e donne e devi fornire i dati disaggregati per genere. Che sia una questione di protesi mediche o l’impatto dei cambiamenti climatici. Quindi da un lato cambiamenti organizzativi, e dall’altro dimensione di genere nel contenuto della ricerca. Cos’è l’Associazione Donne e Scienza? E’ un’associazione che raccoglie ricercatrici di diversa provenienza disciplinare e docenti che lavorano nella scienza ma anche nella pedagogia e nella sociologia e ha lo scopo di promuovere in maniera qualitativa e quantitativa la presenza femminile nella scienza. La cito perché alcune colleghe dell’Associazione hanno curato un volume dall’ultimo congresso che abbiamo fatto a Trento nel 2014 “Scienza, genere e società: che punto siamo”, che raccoglie 40 articoli, 300 pagine free scaricabili dal sito dell’associazione, e fa una fotografia piuttosto aggiornata e di buon livello su quelle che sono le politiche di genere della Comunità, qual è il rapporto tra Comunicazione e Scienza e Innovazione, e fa anche una panoramica dei progetti di cambiamento strutturale. C’è bisogno di riflettere, e c’è bisogno di aiuto sia dalle donne che dagli uomini. Dovrebbero cedere una fettina di potere perché la direzione è questa, nel senso che ci sono studi che dimostrano che se tu hai una squadra mista produci di più e meglio, ci sono direttive che lo chiedono, ci sono leggi che chiedono che un terzo delle donne sia in commissione di concorso. E’ un fatto etico che ha anche dei ritorni economici: se non ci fossero state le battaglie precedenti, le figlie di chi oggi detiene il potere non sarebbero andate all’università. Quindi da un lato i colleghi che vanno formati, e bisogna dialogare: giovedì 5/11 c’è stato a Berlino il congresso dell’European Platform for Women Scientist che intitola la sua conferenza “Ready for dialogue”, cioè pronti per dialogare, dando molta attenzione alle attività di analisi, studi e ricerche finalizzate ad entrambi i generi nella ricerca. E anche le donne devono aiutarsi, le donne fra di loro, si dice fare rete: è meglio pensare di mettere in atto logiche win win, vinco io vinci tu, e forse ce la si può fare. E’ importante anche fare massa critica e fare un fronte compatto su questi problemi: alcune delle difficoltà di una ricercatrice sono anche quelle di altre donne in altri ambiti professionali , darsi una mano l’una con l’altra è indispensabile. Ultima cosa, la visibilità delle donne nella ricerca: è molto importante che la responsabile di un ufficio stampa, una giornalista, quando vuole fare una notizia, uno scoop su un certo argomento, dia visibilità anche ad una ricercatrice piuttosto che sempre ad un ricercatore. La scienza è fatta da donne e uomini, ed è vero che le donne si devono un po’ promuovere ma vanno anche un po’ aiutate. Sulla formazione che propone? Formazione mirata e capillare. Non possiamo dare per scontato che i nostri colleghi e capi sappiano per conoscenza innata quali siano le pari opportunità, quali le problematiche di genere, quali siano le piccole misure anche banali che aiutano a conciliare le varie attività. La formazione è importante anche nei confronti delle ricercatrici che devono sapere come valorizzare il proprio lavoro nella realtà professionale che è competitiva. Devono sapersi promuovere, saper parlare in pubblico, sapersi confrontare con i colleghi che non hanno il loro carico di lavoro e che culturalmente sono un po’ più avvantaggiati per il modello sociale che c’è adesso. She figures Associazione Donne e Scienza “Scienza, genere e società: che punto siamo” European Platform for Women Scientists Ready for Dialogue – Conference on the Gender Dimension in Science and Research (Berlin, 5.11.2015) Costi di formazione a carico del progetto – See more at: http://rainews.cms.rai.it/preview/mariav.dematteis/dl/rainews/articoli/ContentItem-0d91c456-a4e0-467d-9ed9-170745f95f11.html

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