Didattica on line e disabilità: perché non sia più così frustrante

Da un recente sondaggio, in Italia – nel periodo scolastico di questa pandemia 2020 – il 35% degli alunni disabili è sparito. E’ quanto denunciano gli insegnanti di sostegno in presenza, come prova evidente di quanto – nonostante gli appelli di esperti – l’inclusione sia solo delegata a loro. Il motivo è duplice: per l’inefficacia della didattica a distanza o perché le attività del piano educativo non erano utilizzabili in quella modalità.

Solo nel 20% dei casi sono stati attivati percorsi di corsi on line individualizzati, e sempre da insegnanti di sostegno. Chiamato a fare, facilitare e semplificare, questa figura di docente dovrebbe poter contare sulla collaborazione tra docenti per la piena inclusione, in presenza come a distanza.  

Emerge un peggioramento sia sul fronte del comportamento sia sul piano delle autonomie e della comunicazione. Sembra che le persone con disabilità abbiano pagato il prezzo più alto della didattica virtuale. Dato da considerare alla ripartenza di settembre, quando si dovranno indicare delle priorità. Una cosa è certa: l’alunno disabile ha un forte bisogno di tornare dentro la classe per sentirsi parte di un tutto.

Molto carente, poi, la collaborazione tra compagni – di fatto spariti – aggravando quella percezione di scarsa appartenenza e isolamento dovuta alla disgregazione del gruppo-classe.

La scuola virtuale non può essere un esperimento frustrante per gli alunni disabili. Una vera inclusione prevede la relazione fra compagni. Ecco una decina di proposte concrete per la ripresa del nuovo anno scolastico:

  • prevedere piccole ‘cordate’, gruppi di tre alunni che abbiano al centro quello con disabilità: microstrutture interne al gruppo classe, che sappiano sostenere nell’apprendimento, ma soprattutto colmino la solitudine provata dai ragazzi disabili.
  • formare gli insegnanti meno giovani alla didattica on line rendendoli autonomi.
  • materiale adattato e strategica suddivisione di gruppi e spazi, dove proprio l’insegnante di sostegno – sottratto a una funzione esclusiva con l’alunno disabile – divenga punto di riferimento di quei piccoli team che si divideranno gli spazi scolastici.
  • perché questo docente specifico sia un anello di congiunzione fra il disabile e il gruppo classe, non lo si dovrà più emarginare da solo con il suo studente in un angolo riservato a loro.
  • Mantenere, nella didattica a distanza, la componente di socializzazione con compagni e docenti, di cui uno studente con bisogni speciali ha maggiormente necessità.
  • il personale di assistenza alla comunicazione e all’autonomia potrebbe andare a casa dell’alunno per svolgere sia attività domiciliari che esterne.
  • i docenti costruiscano piccole coppie o terne di compagni che stiano intorno al ragazzo con disabilità e lo aiutino a studiare, senza caricare questa incombenza sui genitori: a scuola i ragazzi riescono a collaborare – in un processo inclusivo gestito dal docente – più che fuori (feste, tempo libero, incontri). Costruire e accompagnare quella collaborazione che in classe si genera spesso spontaneamente, e che invece fuori dalla scuola può azzerarsi.
  • I docenti di sostegno dovrebbero stabilire un contatto diretto con le famiglie degli studenti disabili per esaminare insieme il programma inclusivo, fare il punto della situazione e pensare a come attuarlo. In questo modo, approfondendo la conoscenza, si rinforzando il ponte necessario tra gruppo scuola e famiglia.
  • Utilizzo di materiale per didattica a distanza specifico e individualizzato.
  • Le verifiche periodiche, nel caso di alunni disabili, devono essere continue.

Perchè la scuola non è solo apprendimento, ma soprattutto relazione e inclusione degli studenti disabili – future persone adulte – da formare, accompagnandoli in un percorso di autonomia.

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